
Con gli uomini Sara aveva fatto sesso molte volte. Letti diversi, corpi diversi, stesse dinamiche che si ripetevano con lievi variazioni. All’inizio c’era sempre una promessa. La vicinanza, il calore, l’idea che il desiderio avrebbe trovato una direzione precisa. Si lasciava attraversare, partecipava, seguiva il ritmo imposto dall’altro. Il piacere arrivava, riconoscibile, fisico, circoscritto. Eppure, anche nel momento più intenso, restava una zona interna che rimaneva scoperta, come una parte del corpo rimasta fuori dal gesto.
Dopo, mentre l’uomo dormiva o parlava di altro, Sara sentiva affiorare una sensazione difficile da localizzare. Una lieve disarmonia. Il sesso aveva avuto luogo, ma qualcosa restava in sospeso. Il corpo tornava calmo, disponibile ma dentro, però, si depositava una specie di stanchezza muta, una consapevolezza sottile che quel contatto aveva funzionato ma non aveva inciso. Con le donne l’esperienza prendeva un’altra traiettoria.
Anche quando il sesso non accadeva davvero, il corpo si attivava in modo più esteso. Il desiderio si distribuiva, si infilava nei dettagli, nel tempo che precedeva e in quello che seguiva. Durante, ogni gesto sembrava avere conseguenze che andavano oltre l’atto stesso.
Sara restava attraversata da una presenza viva, irregolare, che continuava a lavorare dentro di lei, come se il corpo avesse riconosciuto qualcosa di proprio e avesse deciso di trattenerlo. Sara non aveva mai pensato a questa differenza come a una scelta. Era un dato di esperienza, registrato nel tempo, sedimentato nel corpo prima ancora che nella coscienza.
Non aveva mai fatto coming out, perché nessuno le aveva mai fatto la domanda giusta.
Stefania arrivò in ufficio a metà ottobre. Un contratto a termine, una scrivania recuperata in fondo alla stanza, una giacca buttata sulla sedia senza sistemarla. Sara la notò perché non sembrava tesa. In quel posto lo erano tutti. Stefania no. Aveva un modo diretto di stare seduta, le gambe aperte, le spalle molli. Parlava quando le andava, interrompeva senza accorgersene. Non chiedeva scusa. Non cercava consenso. Sara la osservava. Il primo pranzo insieme fu pratico. Mensa piena, tavolo condiviso. Stefania mangiò veloce, lasciò metà del pane, parlò di un lavoro perso la settimana prima.
Nei giorni successivi Stefania cominciò a cercarla con naturalezza. Una battuta detta solo per lei. Una sigaretta offerta. Un braccio appoggiato allo schienale della sua sedia. Gesti brevi, mai insistenti. Sara si accorse che li registrava tutti. Stefania raccontava degli uomini con cui scopava come si raccontano turni di lavoro. Sara ascoltava, commentava poco. A casa, la sera, si masturbava pensando alla voce di Stefania più che al suo corpo. Questo la spaventava e la eccitava insieme. Una sera, mentre uscivano insieme dall’ufficio, Stefania le disse:
«Se vuoi, domani ceniamo insieme.»
Sara accettò e le propose di andare da lei.
Stefania arrivò con una bottiglia di rosso presa al supermercato sotto casa.
«Non sapevo cosa portare.»
«Va benissimo così.»
Mangiarono in cucina. Cena semplice, olio buono. Stefania si sedette di traverso sulla sedia, una gamba piegata sotto di sé. Parlarono molto. Di lavoro, di città, di cose inutili che diventavano importanti solo perché dette lì, a quell’ora.
Stefania raccontava con il corpo prima ancora che con le parole. Sara ascoltava, interveniva poco, ma rideva spesso. Più del solito.
Il vino finì presto. Ne aprirono un’altra. Stefania si tolse le scarpe. Camminava scalza sul pavimento.
«Hai una casa silenziosa. Si sente che ci vivi da sola.»
Sara raccolse i piatti.
«Ti dà fastidio?»
«Mi rilassa.»
Bevvero ancora. Il tempo si allentò. Stefania appoggiò il gomito sul tavolo, il viso nella mano.
«È tardi.»
«Puoi restare.»
Stefania la guardò sorpresa.
«Senza problemi.»
Si spostarono in salotto. Sedute vicino. Stefania si tolse la maglia per il caldo, restò in canottiera. Sara sentì un movimento netto, basso, preciso. Un’eccitazione che non aveva bisogno di essere capita.
«Posso…?» Stefania indicò il bagno.
«Certo.»
Quando tornò, si spogliò con naturalezza. Pantaloni, canottiera. Restò in piedi in mutande, come se stesse aspettando un’indicazione che non arrivò. Sara la guardava. Non nascose nulla. Stefania abbassò lo sguardo, poi sorrise, un sorriso breve, incerto.
«Ti sto…?»
Sara si alzò. Le prese il viso con entrambe le mani.
«Sì.»
Il bacio arrivò così. Diretto. Profondo. Sara sentì il corpo rispondere tutto insieme. Stefania restò rigida per un istante, sorpresa dal proprio desiderio. Poi si lasciò andare. Le mani cercarono, trovarono. Il respiro cambiò ritmo. Si spostarono verso la camera senza parlare. Vestiti lasciati a terra. Il letto accolse i corpi ancora caldi di vino e parole.
Il sesso fu lento, pieno. Un avvicinarsi continuo, un riconoscersi nel tatto. Sara sentì una completezza nuova, non esplosiva, ma profonda. Stefania seguiva, poi guidava, poi tornava indietro. Il piacere arrivò come una certezza condivisa, senza rumore. Dopo restarono sveglie a lungo. Stefania con la testa sul petto di Sara. Il respiro tornava piano.
«Non me l’aspettavo.»
«Nemmeno io.»
«Stai bene» Sara passò le dita tra i capelli di Stefania.
Si addormentarono così.
Al mattino, Sara si svegliò prima. Guardò Stefania dormire. Capì che quella notte non era stata una deviazione. Era un inizio che chiedeva tempo e avrebbe avuto conseguenze.
Le settimane successive scivolarono una dentro l’altra con una naturalezza sorprendente. Stefania cominciò a restare più spesso. Prima due notti, poi tre. Lasciò uno spazzolino nel bicchiere, una maglietta piegata su una sedia. Sara non commentò. Ogni oggetto nuovo le sembrava una conferma silenziosa.
La mattina facevano colazione insieme. Stefania beveva il caffè in piedi, appoggiata al lavello. Sara la osservava senza farsi vedere. Il modo in cui teneva la tazza, come se potesse rovesciarla da un momento all’altro. Al lavoro continuarono a comportarsi come prima. Stesse pause, stessi corridoi. Stefania arrivava con il caffè in mano, le buttava una battuta mentre passava. Nessuno sembrava accorgersi di niente. Questo rassicurava Sara più di quanto fosse disposta ad ammettere. Ogni tanto Stefania le scriveva un messaggio breve, una parola, un’emoji. Sara lo leggeva e sorrideva.
Durante le riunioni Stefania scherzava con tutti. Anche con gli uomini. Soprattutto con loro. Un sorriso veloce, una frase detta a metà, una confidenza buttata lì come se non contasse. Sara osservava senza intervenire. Le sembrava normale. Stefania era così, sociale, leggera, capace di stare ovunque.
Quando uscivano insieme dall’ufficio, si muovevano con un anticipo di distanza. Stefania salutava qualcuno, si fermava a parlare. Sara aspettava poco più in là, guardando il telefono, come se fosse capitata lì per caso. Poi si ritrovavano all’angolo della strada, senza commentare. La sera tornavano stanche. A volte cucinavano. A volte ordinavano.
Il sesso arrivava senza annunci, spesso sul divano, spesso tardi, quando il corpo aveva già smesso di opporsi. Era un sesso pieno, caldo, continuo. Sara sentiva di esserci tutta. Stefania c’era, ma in modo diverso, intensa, presente, mai davvero ferma. Una notte, dopo, Stefania restò sveglia a guardare il soffitto.
«A cosa pensi?» chiese Sara.
«A niente di preciso.»
Sara si girò verso di lei.
«Sei lontana.» Stefania sorrise.
«Sono qui.»
Il sorriso bastò a chiudere la conversazione. Sara si addormentò.
Fuori dal lavoro Stefania cambiava ritmo. Conosceva gente ovunque. Baristi, amici di amici, ex colleghi, uomini che avevano attraversato la sua vita senza lasciare tracce evidenti. Li salutava con naturalezza, senza spiegazioni. Sara restava accanto a lei, presente ma defilata, come se quel posto non le appartenesse del tutto.
«Sei sempre così?» disse una sera Sara.
«Così come?»
«Circondata.» Stefania rise.
«Mi serve.»
Quando qualcuno chiedeva, Stefania parlava di Sara come di un’amica. Una collega. Sara non correggeva. Le sembrava una forma di protezione. O forse di prudenza. Non seppe distinguerle. Una sera un uomo disse qualcosa a Stefania. Un commento stupido, allusivo. Stefania rispose ridendo, con una battuta rapida. Gli diede una pacca sul braccio. Sara sentì una fitta breve, subito assorbita.
Più tardi, mentre tornavano a casa, Sara disse:
«Flirti con chiunque.» Stefania la guardò di lato.
«Gioco., mi diverte.» Non ci fu altro.
A casa fecero l’amore con intensità, come se quel piccolo attrito avesse acceso qualcosa. Sara si sentì scelta. Stefania si lasciò andare, presente, generosa. Dopo, però, tornò a guardare il telefono.
«Chi è?»
«Nessuno.» Stefania spense lo schermo e si voltò verso di lei.
«Con te sto bene.»
Un pomeriggio Stefania arrivò tardi. Aveva un profumo diverso. Dolce, insistente.
«Giornata lunga» disse.
«Ti sei divertita?» Stefania la guardò, sorpresa.
«Sì.»
La sera Sara restò sveglia. Guardò la schiena di Stefania, il respiro regolare. Capì che stava costruendo qualcosa su un terreno che non aveva controllato davvero.
La mattina dopo, mentre bevevano il caffè, Stefania disse:
«Sai una cosa.»
«Cosa.»
«Con te sto bene.»
Sara sollevò lo sguardo.
«Solo questo?»
Stefania sorrise, le diede un bacio sulla fronte.
«È già tanto.»
Sara rimase ferma. Quel “tanto” aveva un peso strano. Come se mancasse una parola che nessuna delle due aveva deciso di pronunciare. Eppure, quando Stefania uscì sbattendo piano la porta, Sara sentì già il vuoto prendere forma.
Stefania perse il lavoro dopo sei mesi. La comunicazione arrivò con una telefonata breve. Quando riattaccò, restò seduta sul letto, le mani appoggiate sulle ginocchia.
«È finita.»
Sara stava infilando le scarpe.
«Hai già qualcosa?»
Stefania scosse la testa.
Per qualche settimana Stefania cercò davvero. Usciva con una cartellina sotto il braccio, tornava con frasi brevi. «Mi fanno sapere.» «Richiamano.» «Valutano.» Sara ascoltava mentre preparava la cena.
Poi arrivò un altro lavoro. Part-time. Breve. Finì prima ancora di diventare abitudine. Stefania smise di raccontare i colloqui. Restava sul divano più a lungo. Il telefono sempre in mano. Il televisore acceso senza volume. Una sera Sara rientrò e trovò Stefania ancora in pigiama.
«Non sei uscita?»
«Piove.» Sara posò la borsa.
«Hai mandato i curriculum?»
Stefania alzò le spalle.
«Sì.»
Sara non chiese altro. Andò in cucina. Aprì il frigorifero. Vuoto quasi del tutto.
Nei mesi successivi Sara iniziò a pagare tutto. Affitto, bollette, spesa, sigarette. Stefania lasciava pochi contanti sul tavolo, quando capitava.
«Li ho presi da mia sorella.»
Il sesso cambiò ritmo in modo quasi impercettibile. Stefania cercava Sara con più insistenza. Più spesso. Più a lungo. La toccava mentre lei lavava i piatti, la baciava con una fame improvvisa, la trascinava in camera senza parole. Una notte, dopo aver fatto l’amore, Stefania restò sopra di lei, il viso vicino.
«Sei tutto quello che ho.»
Sara la guardò.
«Non dire così.»
«È vero.» Stefania scese lungo il suo corpo con un’attenzione nuova, quasi applicata. Sara sentì il piacere arrivare pieno, intenso. Sentì anche altro: una precisione eccessiva, un’energia concentrata come se stesse eseguendo qualcosa.
Dopo, Stefania si accoccolò accanto a lei.
«Non so come farei senza di te.» Sara le accarezzò la schiena.
«Troverai qualcosa.»
Stefania non rispose. Si addormentò.
Una sera Sara tornò stanca. Stefania l’aspettava con una bottiglia aperta. «Ho cucinato.» Il tavolo era apparecchiato. Candele accese. Stefania sorrise.
«Non ti devo sempre far lavorare.»
Sara si sedette.
«Non è questo.»
Stefania la fissò.
«È cosa?»
Sara restò in silenzio un secondo di troppo.
«Niente.»
Il giorno dopo Sara controllò il conto. Vide l’ennesimo addebito. Spesa, farmacia, ricarica.
Quando rientrò, trovò Stefania sul balcone.
«Hai cercato qualcosa oggii?»
«No, non sempre si trova.»
Sara si avvicinò.
«Non sempre si smette.» Stefania la guardò a lungo. Poi le prese la mano, la portò contro il proprio petto.
«Io sto qui.»
Sara sentì il battito. Forte. Vivo. Capì che Stefania stava restando ma capì anche che stava pagando per questo.
Non disse nulla, andò in cucina. Cominciò a preparare la cena.
Poi una sera Stefania disse:
«Ho visto uno. Mi ha proposto una cosa.»
Sara stava piegando il bucato.
«Che cosa?»
«Cene. Viaggi. Presenza.»
Sara sentì un vuoto preciso sotto lo sterno.
«E tu?»
«Ci penso.»
Quella notte fecero l’amore come non accadeva da tempo. Stefania insistette. Sara obbedì. Il piacere arrivò, ma lasciò un residuo sporco.
Nelle settimane successive Stefania iniziò a uscire di più. Tornava tardi. Profumata. Con soldi in tasca. Sara non faceva domande. Pagava aspettando. Quando Stefania rientrava, facevano sesso. Un sesso urgente, necessario, sempre più sbilanciato.
Una sera Stefania la portò in bagno, la vasca era piena quasi fino all’orlo. Stefania aveva insistito per fare il bagno insieme, come facevano all’inizio. Diceva che l’acqua le rimetteva in ordine i pensieri. Il vapore appannava lo specchio. La finestra socchiusa lasciava entrare un filo d’aria fredda. L’odore del bagnoschiuma si mescolava a quello del profumo che Stefania portava ancora addosso. Sara era seduta con la schiena contro le piastrelle. Le gambe aperte per farle spazio. Stefania scivolò dentro, l’acqua traboccò sul pavimento. Si sistemò tra le sue gambe, appoggiando la schiena contro il suo petto. Per un momento restarono così. Il respiro di Stefania si sincronizzò con quello di Sara. La pelle contro pelle, il calore condiviso.
«Mi mancava questo» disse Stefania piano.
Sara annuì. Le passò le mani sulle spalle. Le sentì più toniche, più tese. Le unghie curate. Stefania prese la mano di Sara e la se portò sul ventre. Un gesto naturale, familiare. Sara chiuse gli occhi. Il corpo reagì subito. La memoria del desiderio era intatta. Stefania si mosse leggermente contro di lei.
Sara posò le labbra sulla sua nuca. Sentì il sapore della pelle, diverso, più elaborato. L’acqua si muoveva lenta attorno a loro. Il calore avvolgeva, rendeva i corpi più morbidi. Stefania si voltò verso di lei, cercò la sua bocca. Il bacio fu lungo, profondo. Sara la sentì presente, intensa, desiderosa. Eppure, dentro, qualcosa osservava. Stefania si staccò un istante. Le accarezzò il viso.
«Con te è diverso.» Sara la guardò.
«In che senso?»
Stefania sorrise.
«Con te posso smettere di fare la parte.»
La frase restò sospesa nell’aria umida. Sara lasciò scivolare le mani lungo i suoi fianchi. La pelle era calda, viva.
«Sei l’unica cosa vera che ho.» Sara restò immobile. Sentiva il peso, il calore, la dipendenza. Non sentiva scelta. Passò le dita tra i capelli di Stefania, lentamente. Guardò l’acqua che scendeva lungo le pareti della vasca.
Capì che stava diventando un rifugio. E che un rifugio, prima o poi, viene usato.
Era tardi. Stefania era rientrata da poco. Profumo dolce sulla pelle, orecchini nuovi, una leggerezza studiata nei movimenti. Sara era seduta al tavolo della cucina. Non c’erano piatti apparecchiati Stefania appoggiò la borsa.
«Sei ancora sveglia.»
Sara alzò lo sguardo.
«Sì.» Silenzio. Stefania si versò dell’acqua. Bevve.
«È stata una serata lunga.»
«Immagino.»
Stefania si fermò. La guardò meglio.
«Cos’hai?»
Sara intrecciò le dita sul tavolo.
«Quanto ti ha dato?»
Stefania non rispose subito.
«Non iniziare.»
«Quanto?»
«Abbastanza.»
Sara annuì piano.
«E poi sei tornata da me»
«Certo che sono tornata.» Stefania sbuffò. «Dove dovrei andare?»
Sara si alzò. Camminò fino al lavello. Restò di spalle.
«Lo sai qual è la differenza?»
«Tra cosa.»
«Tra me e loro.»
Stefania rimase ferma.
«Non c’è.»
Stefania rise breve.
«Non dire sciocchezze.»
Sara si voltò.
«Con loro fai sesso e ti pagano.»
Stefania strinse le labbra.
«Con te è diverso.»
«Dimmi come.»
Silenzio. Stefania si avvicinò di un passo.
«Con te resto.»
Sara la guardò come si guarda qualcosa che si rompe.
«Resta anche una stanza quando la paghi.» Stefania s’irrigidì.
«Adesso mi stai insultando.»
«Sto cercando di capire dove finisco io.»
Stefania fece un gesto nervoso con la mano.
«Tu non finisci da nessuna parte.»
«Finisco quando torni e mi tocchi come se dovessi sistemare qualcosa.»
Stefania si avvicinò ancora.
«Ti desidero.»
«Mi usi.»
«Questo è cattivo.»
Sara scosse la testa. Stefania la afferrò per le braccia.
«Io non sono una prostituta. Non lo dici ma lo stai pensando»
Sara sostenne lo sguardo.
«Sto pensando che non sento più la differenza.»
Silenzio. Stefania lasciò la presa.
«Con loro è lavoro, io sto bene con te.» La frase restò nell’aria. Nuda. Senza protezione.
Stefania abbassò lo sguardo. Sara inspirò lentamente.
Stefania alzò la voce.
«Cosa vuoi da me?»
«Che quando torni sia per me.»
Stefania la fissò.
«Lo è.»
«No.»
Sara si sedette di nuovo. Le mani ora tremavano appena, ma la voce restava ferma.
«Quando torni mi fai sentire scelta per stanchezza. Per comodità. Per sicurezza.»
Stefania si avvicinò, più piano.
«Ti sto dando tutto quello che posso.»
«Io voglio altro.» Sara la guardò come si guarda qualcuno che si ama. «Voglio essere l’unica cosa vera che hai.» Stefania rimase immobile.
«Non so farlo.» Il silenzio si fece pieno. Sara annuì.
«Lo so.»
Stefania prese la borsa. Poi si fermò.
«Mi stai buttando fuori?»
Sara scosse la testa.
«Ti sto chiedendo di amarmi.» Stefania non rispose. Restarono una davanti all’altra per un tempo lungo, sospeso. Stefania fece un passo verso la porta. Poi si fermò. Tornò indietro di scatto.
«Tu vuoi qualcosa che non so dare.» Sara restò seduta. Le mani sulle ginocchia.
«Allora dimmelo guardandomi.»
Stefania le afferrò il viso con forza.
«Io non sono come te.»
Sara non si ritrasse.
«Lo so.»
«Io non vivo per una persona sola.» La voce si incrinò.
Stefania la lasciò andare, poi la spinse sul petto. Un colpo breve, rabbioso. Sara indietreggiò di mezzo passo ma restò in piedi.
«Non fare la santa con me.»
Stefania la colpì di nuovo, questa volta più piano, con il palmo aperto. Il suono fu secco. Sara non alzò le mani.
«Reagisci.» Sara la guardò. Stefania respirava forte. Le mani tremavano.
«Tu mi fai sentire sbagliata.» Stefania afferrò la sedia e la spinse via. La sedia cadde sul pavimento. Il silenzio cadde insieme alla sedia. Stefania si passò le mani tra i capelli, poi si avvicinò di nuovo. Questa volta più lenta.
«Non è giusto.» Sara aveva un segno rosso sulla guancia.
«Non è giusto nemmeno questo.»
Stefania la guardò a lungo. Gli occhi pieni di paura. Poi crollò. Si sedette sul pavimento. La schiena contro il muro. Le ginocchia al petto.
«Non voglio perderti.» Sara non si mosse subito. Stefania alzò lo sguardo.
Sara si avvicinò. Si accovacciò davanti a lei.
«Dimmi che mi ami.» Stefania abbassò la testa.
«Sto bene con te.»
Sara chiuse gli occhi un secondo.
«Non basta.»
Stefania le prese le mani. Le portò alle labbra.
«Posso cambiare.»
«Non per me.» Sara scosse piano la testa. «Io non voglio una versione migliorata. Voglio te.»
Stefania cominciò a piangere davvero. Senza controllo.
«Non so essere come vuoi.»
Sara le asciugò le lacrime con il pollice.
«Allora non esserlo.» Stefania le si aggrappò addosso, stringendola forte, quasi soffocandola.
«Ti prego.» Sara la lasciò stringere. Le mani ferme sulla sua schiena. Stefania sollevò il viso. Gli occhi rossi. Restarono così, a pochi centimetri, senza toccarsi più. Fu Stefania ad alzarsi per prima. Raccolse la borsa dal pavimento. Si fermò sulla soglia.
«Ti amo a modo mio.»
«Io non so più accettarlo.»
Stefania uscì senza sbattere la porta. Sara rimase in piedi al centro della cucina. La sedia rovesciata accanto a lei. Il segno sulla guancia che bruciava piano. Non pianse subito. Raddrizzò la sedia. Spense la luce. Andò in camera. Solo allora, nel buio, il corpo cedette. Quella fu la prima notte in cui capì che avrebbe resistito.
Pianse piano, senza suono. Non per farla tornare. Per lasciarla andare.
Mesi dopo la vide in pieno giorno. Sara stava uscendo da una libreria del centro. Portava un sacchetto leggero in mano. Attraversò la strada e la vide dall’altra parte. Stefania camminava accanto a un uomo elegante. Cappotto chiaro, capelli curati, una postura più composta. Rideva. Una risata controllata, più breve di quella che Sara ricordava. Si fermarono a pochi metri. Stefania la riconobbe subito.
«Sara.» Sara si avvicinò. Nessuna esitazione.
«Ciao, Stefania.»
L’uomo guardò entrambe con curiosità discreta. «Un’amica» disse Stefania.
«Come stai?» chiese.
«Bene.»
Era vero. Non felice. Non entusiasta. Bene.
Stefania la osservò per qualche secondo di troppo. Cercava qualcosa sul suo volto. Una crepa. Un rimpianto.
«Ti vedo… diversa.»
«Anche tu.»
L’uomo fece un passo indietro.
«Ti aspetto là.»
Stefania annuì.
«Mi hai odiata?» chiese Stefania, quasi sottovoce.
Sara scosse la testa.
«No.» Sara la guardò con calma. «Ti ho amata.»
Stefania abbassò gli occhi. Un gesto rapido. Poi li rialzò.
«Io…» Si fermò. Non trovò la frase. Sara non la aiutò.
«Con te ero vera.»
Sara sorrise appena.
«No. Con me eri al sicuro, non è la stessa cosa.»
Stefania sentì il colpo. Rimase immobile.
Il traffico riprese a scorrere tra loro. L’uomo richiamò Stefania con lo sguardo.
«Devo andare.»
«Certo.»
Non si abbracciarono. Non si toccarono.
Stefania fece un passo indietro.
«Ti ho voluta bene.»
Sara annuì.
«Lo so.»
Stefania si voltò. Raggiunse l’uomo. Si allontanò senza girarsi. Sara restò ferma sul marciapiede. Sentì un dolore preciso ma non devastante. Un dolore che non chiedeva più niente.
Poi attraversò la strada. Tornò a casa, riempì la vasca. L’acqua era calda e arrivava fino all’orlo.
Entrò lentamente. Chiuse gli occhi.
La solitudine aveva smesso di essere una mancanza. Era diventata una forma di verità.
Andrea Cacciavillani